iEXMÁ
iCentro Comunale
id'Arte e Cultura

iivia San Lucifero, 71- Cagliari
ii
tel/fax: 070 666 399

iDal 25 luglio al 10 isettembre 2000

iORARIO:
ida martedì a domenica
i10:00-14:00 / 17:00-24:00

iPREZZI:
ibiglietto intero: L.5000
iridotto: L.1000

iCON IL PATROCINIO:
i- Ambasciata degli stati uniti id'America
i- Ministero degli affari Esteri
i- Direzione Generale iPromozione e Cooperazione iCulturale
i- Comune di Cagliari i[Assessorato alla Cultura]
i- Teatrio Venezia

 

 

 

 

 

 

   
   
   
 
COME L'ILLUSTRAZIONE HA CAMBIATO L'AMERICA
Da oggi a Cagliari una mostra sugli artisti che hanno modificato il senso comune attraverso vignette e cartellonistica
di: Maria Dolores Picciau

Era il 1723 quando, un ancora giovane Benjamin Franklin, per sostenere l'idea della federerazione degli Stati Uniti d'America, decise di scuotere il torpore politico di quegli anni con una vignetta che rappresentava un serpente diviso in otto parti dall'emblematico titolo Unirsi o Morire. Il suo disegno, forse inconsapevolmente, diede avvio all'illustrazione americana che cominciò ad apparire nelle riviste più prestigiose come veicolo pubblicitario o come mezzo di propaganda politica per palesi fini di controllo sociale. Poco tempo, e la tecnica dell'illustrazione era già dilagata in tutta l'America mentre i quotidiani iniziavano a contendersi i migliori illustratori come il caposcuola Paul Revere.
Nei secoli successivi si verificò una crescita sorprendente dell'illustrazione applicata alla comunicazione sociale diventando strutturale nel mondo dell'advertising e del merchandising. Infatti l'esplosiva sinergia tra testo e immagine avrebbe segnato iniquivocabilmente la collocozione preferenziale dell'illustrazione che non potè che essere quella della comunicazione pubblicitaria con fini, prima celati oggi impunemente palesati, di controllo: attraverso la forza suggestiva di questo tipo di comunicazione il sistema unifica e controlla sia le logiche comportamentali e relazionali che il consenso politico con la finalità di distruggere ogni possibilità di pratiche antagoniste. Oggi l'advertising è lo specchio della contemporaneità più di ciò che storicamente è stata definito come Arte e la comunicazione, sostenuta unicamente da esigenze di tipo commerciale, si degrada in forme stupidamente popolari e massificate.
Quasi tre secoli dopo la sua nascita, l'illustrazione americana viene celebrata in un'ampia mostra che verrà inaugurata stasera negli spazi dell'Exmà alle ore 19:30.
L'esposizione raccoglie l'opera di trentasei artisti americani e non, con uno sguardo insolito rispetto alle altre esposizioni analoghe. Dall'illustrazione tradizionale, più vicina alla produzione europea, alle espressioni più popolari come quella del fumetto, dell'afiche pubblicitaria, delle immagini televisive e cinematografiche fino a inglobare le ultime esperienze ipertestuali.
Gli illustratori provenienti da contesti geografici e formativi differenti, ci raccontano il loro mondo in chiave critica e goliardica, tragica e metaforica. L'iniziativa , che contempla un seminario sul Freelancing in America tenuto da Paul Devis e un laboratorio di David Miller, propone una molteplicità di stili e tematiche. Si passa dalle ossessioni cibernetiche di David Plunker, dove la comunicazione musicale è ingabbiata nel tempo, ai ritratti intimisti di Vivienne Flesher e Paul Davis, dall'opera di Brand Holland che slitta verso esiti espressionisti e surrealisti, al mondo assurdo e fantastico di Guy Billout, o all'interpretazione ironica di Seymour Chawast, Peter de Sève, Maira Kalman, Gary Baseman e Calef Brown. Oltre ai percorsi dell'arte americana contemporanea è rintracciabile anche il racconto della sua società attraverso quelle immagini che scorrono quotidianamente davanti agli occhi di tutti ma che vengono fruite dalla massa automaticamente senza innescare processi di autocoscienza. Così la "grande" storia americana fatta di quotidianità ritaglia il suo universo anche attraverso la storia minima. In questo modo, come ricorda il critico Raffaele De Grada - "l'illustrazione passa dal consumo dell'effimero al documento del vissuto e da vivere, diventando un'opera d'arte".

tratto da:
L'Unione Sarda
25 luglio 2000

     
     
   
     

 

L'ILLUSTRAZIONE AMERICANA OVVERO DEL TOSSICO
di: Emmanuel Goldenstein

Spesso si tratta di masticare adeguatamente ciò che vedi, magari di fronte ad un foglio con ghiaccio e limone alla ricerca di possibili connessioni. La sempre presente ambivalenza del relativo si umilia al cospetto di partiture sgrammaticate proposte amichevoli: il tentativo mal celato è sempre lo stesso e dal furto non ci si muove. Eppure è la masticazione che diviene, sempre e comunque incessantemente ti costringe e detriti di collosi carboidrati impastano il tuo io.
Che fare …?||||||| Ma l'Illustrazione °americana!
Risolti i problemi di soluzioni logistiche, pensati trasporti conducono all'evento disteso su spazi contratti e forzati di mentali gramigne. Illustrazioni viventi ondeggiano mentre *fogli macchiati di senso* guardano come elementi costretti // da sballo impotente dialoghino alla ricerca della ricetta da vendere. Per secoli le uniche immagini furono religiose, vera cultura popolare: *il pop della gleba* (se avessero dovuto posizionare il prodotto, ma il diabolico capitalista sonnecchiava nell'intento di sfruttare lo sfruttabile storico). Il profano così strutturava unicamente architetture domestiche di sfrontati desideri fino a quando, divenuto macchinino totalizzante economico, rovesciò se stesso discutendo sulla necessità della < morte del sacro: diventato oracolo, l'advertising svuota il suo ventre > e l'illustrazione, cavallo di troia sempre in cinta, penetra la soglia del mondo conosciuto sulla forza di gravità del plagio ontologico: a suo agio gode del sabotaggio. Certo che il tentativo di assimilare l'illustrazione, < / per sua natura imprigionato nell'impaginato pensato secondo le regole del tossico / > al mondo dell'arte e della sua implicita mutilazione esistenziale rappresenta l'orgasmo pop più coinvolgente del vettore consumista. L'eredità spermatica del pubblicitario Warhol ha trasformato il sacro vitale in *scatole* di baci irresistibili come il canto delle sirene del mitico viaggio marino. Di "baci perugina" avvolti ne assimiliamo la loro estetica inscritta su foglietti la cui funzione è proteggere il prodotto del suo nascondimento: non dimentichiamo però che l'illustrazione del tossico galleggia ovunque come petrolio sgorgato dal marittimo truffare, tale per la sua superficialità galleggiante. E ovunque imbratta il nostro esistere col fine escatologico delle essenze profumate: al mercato delle mosche, come dementi spolpati dalla loro cultura, illustrazioni viventi rotano su corsie (con)prese di quel vernissage del fine. Luglio. Tra espositori bianchi, gli spazi squadrati esultavano dichiarando in sanscrito l'assenza dell'arte.

     
   
     
     
   

 

 

LEZIONI AMERICANE
di: Giorgio Pellegrini

In mezzo a una folla di illustri passeggeri, colti sul ponte del transatlantico che sfila davanti alla Statua della Libertà, ecco tra gli altri Enrico Fermi, Igor Stravinsky, Piet Mondrian, Albert Einstein, Thomas Mann e... Henry Kissinger: Immigranti, così si intitola l’olio su carta dell’”immigrato” britannico Julian Allen, che apre, quasi una copertina, la bella rassegna dedicata a L’illustrazione americana contemporanea, ospite dell’Exmà di Cagliari sino al 10 settembre.
Immagine simbolica, fantasiosa eppure verissima, questa di Allen è preziosa citazione pittorica di famose fotografie degli anni Trenta e Quaranta, dove folti gruppi di intellettuali, scienziati ed artisti, sorridevano felici allo sbarco nel Nuovo Mondo, scampati ai totalitarismi rossi e neri del Vecchio Continente. Vere, inestimabili derrate di cervelli, che l’Europa regala, in quegli anni fatidici, alla cugina d’oltreoceano. Stive ricolme delle idee e delle forme nuove delle avanguardie, che riscatteranno l’America del secondo dopoguerra dall’eterna condizione di provincialissima periferia culturale. Anche grafica e illustrazione, in margine ai nuovi fermenti pittorici, arrivano allora via mare a fecondare quel territorio vergine, capace però di mostruose potenzialità commerciali coniugate a un’ineguagliabile slancio innovativo nell’ambito della comunicazione visiva. A oltre mezzo secolo di distanza da quegli eventi, la mostra cagliaritana conferma ancora la sorprendente continuità di una tradizione che germina, al contatto con la massiva immigrazione “culturale” europea del primo dopoguerra, in un momento di produzione estetica fortemente stimolato dai fervori del New Deal rooseveltiano.
Sono gli anni in cui la Work Progress Administration arriva come una manna a impiegare legioni di artisti disoccupati in un immane lavoro di decorazione della cosa pubblica. Quando gli Stati Uniti diventano un vero e proprio paese “illustrato”, per raccontare a un popolo intero le formule magiche contro l’incubo della Grande Depressione. Gli anni in cui Herbert Bayer, profugo dal Bauhaus censurato da Hitler, fonda la grande grafica americana e Walker Evans e compagni gettano le basi della nuova fotografia, gli anni dei murales di Diego Rivera e Ben Shahn. Ma se il messicano attraversa come una meteora l’America del New Deal, l’immigrato russo vi affonda le radici e lascia un segno indelebile, come pittore, fotografo e soprattutto illustratore. Lo dimostra l’opera di almeno sette degli oltre trenta artisti presenti all’Exmà, che ripetono ancora, oggi, il segno sintetico e graffiante del particolarissimo realismo espressionista di Shahn, la sua acidità cromatica, l’ironia affilata come un bisturi e l’avarizia prospettica del montaggio, diviso tra cubismo e illustrazione popolare. Vicinissimi all’archetipo Todd, Kalman, Gosfield e Brown, affine ma non troppo Ulriksen, mentre Watson e Borda sembrano risalire a Shahn attraverso la sboccata parlata “Pop” di un Larry Rivers.
Al confine tra l’essenzialità del russo e un primitivismo a volte generoso di inflessioni “etniche”, insistono ancora i lavori di Barbour, Flesher e Lardy, mentre Isip sembra partire ancora una volta dall’espressionismo di Shahn per distillarlo in una sorta di coltissimo, austero minimalismo. Più in disparte il gusto primitivo di Vitale, capace a volte di un lirismo elementare che sfiora certo candore simbolista da Blaue Reiter. Rientra in pieno nell’alveo della tradizione “europea” anche il bravissimo Plunkert, brillante photo-monteur neo-dadaista, alla maniera di Raoul Haussmann e dei suoi tremendi colleghi berlinesi datati anni venti, mentre Weisbecker, pur non disdegnando la pratica del fotomontaggio, ricorda certa impertinenza infantile delle provocazioni del primo Max Ernst.
Scoperta invece la citazione intelligente del grandissimo Saul Steinberg Ñ altro immigrato di grosso calibro Ñ finemente elaborata da Miller: tornano a sorridere i gatti sornioni del rumeno e danza nuovamente il pennino in levissimi ghirigori felicemente surreali, ravvivati dalla novità di improvvise accensioni cromatiche. Ancora raffinata eleganza e superbo calcolo di finitura nei disegni di Guarnaccia, sensibilmente rétro, sino a sfiorare certo manierismo anni trenta.
E si approda felicemente nella seconda parte della mostra: quella amministrata da una matrice realistica più solida, curata, senza sorprese né estremismi: quella per intenderci più marcatamente americana, ancora legata alle figure inossidabili di Norman Rockwell, David Levine o il più recente Milton Glaser: illustratori di razza, artigiani inattaccabili, grandi comunicatori senza il vezzo schifiltoso del narcisismo concettuale. É il caso delle splendide tavole di de Sève, Lewis, Peck o del buonismo di Graham, del minuzioso surreale magrittiano di Kunz e Marten, sino ad arrivare ai sontuosi iperrealismi, addirittura “botticelliani”, del preraffaellita Zelinsky. Si distinguono dal gruppo: Holland e le sue nuances alla Degas, invero pretenziose, su temi e figure dove a volte aleggia il fantasma di Edward Hopper e infine Ascencios, che sa ridurre alla luminosa modestia dell’illustrazione il vibrato ossessivo della gestualità di un De Kooning.
La mostra si conclude in ultimo con la fantasia vivace dei “cartoonists” purosangue: il quasi-graffitismo di Baseman raffinatamente nazional-popolare, le arditezze sintetiche di Levine, pronte per l’animazione, il dandismo opulento di Chwast, l’immancabile déjà-vu di Raschka, e poi Mahan che jacovitteggia e Banyai che fa il verso a Moebius. L’aerografo semiserio di Billout, dal canto suo, sfida sorridente la più gelida perfezione della computer-grafica. Spicca infine la schietta originalità dell’autodidatta Seibold, capace di un linguaggio visivo decisamente accattivante, che riesce a manipolare con straordinaria freschezza postmoderna anche l’intramontabile découpage del buon Henri Matisse.
La rassegna, completa inoltre di un nutrito materiale editoriale, offre un quadro esaustivo delle forze in campo nel mondo dell’illustrazione americana, che parrebbe godere di ottima salute. Un confronto, salutare e inevitabile, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, con la mostra Nou, dedicata qualche anno fa, nello stesso spazio dell’Exmà, alla grafica e all’illustrazione in Sardegna, non può a conti fatti che confortare gli altrettanto validi, operatori isolani, il pubblico che li segue e la committenza che li incoraggia.

tratto da
L'Unione Sarda

2 agosto 2000