LEZIONI AMERICANE
di: Giorgio Pellegrini
In
mezzo a una folla di illustri passeggeri, colti sul ponte del transatlantico
che sfila davanti alla Statua della Libertà, ecco tra gli altri Enrico
Fermi, Igor Stravinsky, Piet Mondrian, Albert Einstein, Thomas Mann
e... Henry Kissinger: Immigranti, così si intitola l’olio su carta dell’”immigrato”
britannico Julian Allen, che apre, quasi una copertina, la bella rassegna
dedicata a L’illustrazione americana contemporanea, ospite dell’Exmà
di Cagliari sino al 10 settembre.
Immagine simbolica, fantasiosa eppure verissima, questa di Allen è preziosa
citazione pittorica di famose fotografie degli anni Trenta e Quaranta,
dove folti gruppi di intellettuali, scienziati ed artisti, sorridevano
felici allo sbarco nel Nuovo Mondo, scampati ai totalitarismi rossi
e neri del Vecchio Continente. Vere, inestimabili derrate di cervelli,
che l’Europa regala, in quegli anni fatidici, alla cugina d’oltreoceano.
Stive ricolme delle idee e delle forme nuove delle avanguardie, che
riscatteranno l’America del secondo dopoguerra dall’eterna condizione
di provincialissima periferia culturale. Anche grafica e illustrazione,
in margine ai nuovi fermenti pittorici, arrivano allora via mare a fecondare
quel territorio vergine, capace però di mostruose potenzialità commerciali
coniugate a un’ineguagliabile slancio innovativo nell’ambito della comunicazione
visiva. A oltre mezzo secolo di distanza da quegli eventi, la mostra
cagliaritana conferma ancora la sorprendente continuità di una tradizione
che germina, al contatto con la massiva immigrazione “culturale” europea
del primo dopoguerra, in un momento di produzione estetica fortemente
stimolato dai fervori del New Deal rooseveltiano.
Sono gli anni in cui la Work Progress Administration arriva come una
manna a impiegare legioni di artisti disoccupati in un immane lavoro
di decorazione della cosa pubblica. Quando gli Stati Uniti diventano
un vero e proprio paese “illustrato”, per raccontare a un popolo intero
le formule magiche contro l’incubo della Grande Depressione. Gli anni
in cui Herbert Bayer, profugo dal Bauhaus censurato da Hitler, fonda
la grande grafica americana e Walker Evans e compagni gettano le basi
della nuova fotografia, gli anni dei murales di Diego Rivera e Ben Shahn.
Ma se il messicano attraversa come una meteora l’America del New Deal,
l’immigrato russo vi affonda le radici e lascia un segno indelebile,
come pittore, fotografo e soprattutto illustratore. Lo dimostra l’opera
di almeno sette degli oltre trenta artisti presenti all’Exmà, che ripetono
ancora, oggi, il segno sintetico e graffiante del particolarissimo realismo
espressionista di Shahn, la sua acidità cromatica, l’ironia affilata
come un bisturi e l’avarizia prospettica del montaggio, diviso tra cubismo
e illustrazione popolare. Vicinissimi all’archetipo Todd, Kalman, Gosfield
e Brown, affine ma non troppo Ulriksen, mentre Watson e Borda sembrano
risalire a Shahn attraverso la sboccata parlata “Pop” di un Larry Rivers.
Al confine tra l’essenzialità del russo e un primitivismo a volte generoso
di inflessioni “etniche”, insistono ancora i lavori di Barbour, Flesher
e Lardy, mentre Isip sembra partire ancora una volta dall’espressionismo
di Shahn per distillarlo in una sorta di coltissimo, austero minimalismo.
Più in disparte il gusto primitivo di Vitale, capace a volte di un lirismo
elementare che sfiora certo candore simbolista da Blaue Reiter. Rientra
in pieno nell’alveo della tradizione “europea” anche il bravissimo Plunkert,
brillante photo-monteur neo-dadaista, alla maniera di Raoul Haussmann
e dei suoi tremendi colleghi berlinesi datati anni venti, mentre Weisbecker,
pur non disdegnando la pratica del fotomontaggio, ricorda certa impertinenza
infantile delle provocazioni del primo Max Ernst.
Scoperta invece la citazione intelligente del grandissimo Saul Steinberg
Ñ altro immigrato di grosso calibro Ñ finemente elaborata da Miller:
tornano a sorridere i gatti sornioni del rumeno e danza nuovamente il
pennino in levissimi ghirigori felicemente surreali, ravvivati dalla
novità di improvvise accensioni cromatiche. Ancora raffinata eleganza
e superbo calcolo di finitura nei disegni di Guarnaccia, sensibilmente
rétro, sino a sfiorare certo manierismo anni trenta.
E si approda felicemente nella seconda parte della mostra: quella amministrata
da una matrice realistica più solida, curata, senza sorprese né estremismi:
quella per intenderci più marcatamente americana, ancora legata alle
figure inossidabili di Norman Rockwell, David Levine o il più recente
Milton Glaser: illustratori di razza, artigiani inattaccabili, grandi
comunicatori senza il vezzo schifiltoso del narcisismo concettuale.
É il caso delle splendide tavole di de Sève, Lewis, Peck o del buonismo
di Graham, del minuzioso surreale magrittiano di Kunz e Marten, sino
ad arrivare ai sontuosi iperrealismi, addirittura “botticelliani”, del
preraffaellita Zelinsky. Si distinguono dal gruppo: Holland e le sue
nuances alla Degas, invero pretenziose, su temi e figure dove a volte
aleggia il fantasma di Edward Hopper e infine Ascencios, che sa ridurre
alla luminosa modestia dell’illustrazione il vibrato ossessivo della
gestualità di un De Kooning.
La mostra si conclude in ultimo con la fantasia vivace dei “cartoonists”
purosangue: il quasi-graffitismo di Baseman raffinatamente nazional-popolare,
le arditezze sintetiche di Levine, pronte per l’animazione, il dandismo
opulento di Chwast, l’immancabile déjà-vu di Raschka, e poi Mahan che
jacovitteggia e Banyai che fa il verso a Moebius. L’aerografo semiserio
di Billout, dal canto suo, sfida sorridente la più gelida perfezione
della computer-grafica. Spicca infine la schietta originalità dell’autodidatta
Seibold, capace di un linguaggio visivo decisamente accattivante, che
riesce a manipolare con straordinaria freschezza postmoderna anche l’intramontabile
découpage del buon Henri Matisse.
La rassegna, completa inoltre di un nutrito materiale editoriale, offre
un quadro esaustivo delle forze in campo nel mondo dell’illustrazione
americana, che parrebbe godere di ottima salute. Un confronto, salutare
e inevitabile, sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo,
con la mostra Nou, dedicata qualche anno fa, nello stesso spazio dell’Exmà,
alla grafica e all’illustrazione in Sardegna, non può a conti fatti
che confortare gli altrettanto validi, operatori isolani, il pubblico
che li segue e la committenza che li incoraggia.
tratto
da
L'Unione Sarda
2 agosto 2000